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1959-2009: Nasceva mezzo secolo fa il Laceno d’oro -dapprima Rassegna e poi Festival del Cinema neorealista- grazie alla fede nei propri sogni di due giovani intellettuali irpini, Camillo Marino e Giacomo D’Onofrio, e al nume tutelare di Pier Paolo Pasolini.
Cinquant’anni costituiscono una distanza temporale sufficiente per tentare un bilancio e per azzardare un giudizio.
E’ difficile oggi immaginare cosa abbia significato il Laceno d’oro in un’Irpinia contadina e rurale, che si collocava agli ultimi posti per reddito fra le provincie italiane. Molti paesi erano ancor privi delle fogne e dell’acqua corrente, ci si spostava a dorso di mulo e le braccia emigravano, non più verso le lontane Americhe ma verso le metropoli del triangolo industriale, che già vivevano il boom economico. In un’Italia dove esisteva una sola TV (in bianco e nero) con un unico canale, il cinema era ancora una fabbrica di sogni e, per i paesini arroccati sui monti d’Irpinia, una finestra aperta sul mondo, uno stimolo, ai suoi livelli più alti e pensosi, a prendere coscienza della realtà, magari sedendo, nelle sere d’estate, in piazza a veder scorrere le immagini su un grande lenzuolo bianco.
Dopo gli inizi bagnolesi, in una cornice turistico-promozionale che affiancava alla proiezione dei film l’esibizione del cantante di successo, il Laceno d’oro si trasferì ad Avellino, dove visse, nella seconda metà degli anni ’60 e nei primi anni ’70, il suo periodo più bello. Sarebbe difficile capire la contestazione studentesca in Irpinia senza tener conto di due presenze significative e feconde: la comunità di san Ciro e il Laceno d’oro. Entrambe queste esperienze furono per centinaia di giovani autentiche fucine di crescita culturale, l’occasione per uscire dal mondo un po’ bigotto e chiuso della provincia, per aprirsi all’universo dell’autonomia di pensiero e della emancipazione intellettuale. Imparammo a conoscere il cinema di impegno civile e sociale, la produzione dei paesi dell’Est europeo, dell’Oriente indiano e vietnamita, dell’America Latina, del Terzo Mondo. E i dibattiti, le discussioni, gli approfondimenti, che continuavano nelle aule scolastiche, nelle piazze, nei circoli politici e finanche nelle sagrestie.
Poi il lento declino. Prima il terremoto, quindi i finanziamenti pubblici che diventano sempre più esigui, infine il tentativo di appropriazione da parte di una classe politica divenuta sempre più pervasiva e poco disposta a scucire i cordoni della borsa per un Festival che sfuggiva al suo diretto controllo. Camillo e Giacomo preferirono veder morire la loro creatura, che sacrificare la propria libertà ed autonomia. Nel 1988 l’ultima edizione del Laceno d’oro organizzata da Marino e d’Onofrio.
Ma i semi piantati in quei trent’anni non sono rimasti infecondi. Le manifestazioni e le rassegne cinematografiche di Torella dei Lombardi, Mirabella, Pietradefusi nascono da quella straordinaria stagione, come pure, ad Avellino, il Cinema in piazza Duomo , i cineforum “Visioni” del CentroDonna e quelli del Cinecircolo Santa Chiara o le rassegne “casalinghe” dello Zia Lidia social club. E da quella stagione nasce ed ha la presunzione di esserne diretta filiazione anche il Premio Camillo Marino che il circolo di cultura cinematografica ImmaginAzione organizza dal 2001 e dal quale è rinato poco dopo il nuovo Laceno d’oro, con la gemmazione da un paio d’anni anche del Premio Giacomo d’Onofrio. Ed è per noi motivo di orgoglio aver premiato nelle scorse edizioni registi come Scola, Pontecorvo, Loach, i Dardenne, Bellocchio, Cantet e quest’anno i fratelli Taviani che in un’epoca ormai lontana erano già stati vincitori della Targa d’oro o d’argento.
Certo, ci rendiamo ben conto che il Laceno d’oro così come si era affermato a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 non potrà rinascere mai più. Lo stesso Camillo, negli ultimi anni, più volte aveva preso atto della morte definitiva della sua creatura, consapevole che il Festival cinematografico era legato ad una stagione ormai irripetibile. Ma con uguale convinzione riteniamo che non sia tramontata l’esigenza di un cinema civilmente impegnato, attento alle problematiche sociali, strumento di avanzamento democratico e stimolo di dibattito ed approfondimento. Tanto più in questi nostri anni incerti, pericolosamente in bilico sul crinale di una omologazione verso il basso, minacciati dall’affermazione del pensiero unico e da tentazioni monocratiche, conserva la sua attualità la lezione di rigore morale, di coerenza nei contenuti, di autonomia e indipendenza dai condizionamenti del potere che ci è stata trasmessa da Camillo e da Giacomo e che noi intendiamo affidare alle giovani generazioni, perché possano affrontare la realtà con la stessa lucida e visionaria follia di due giovani intellettuali che mezzo secolo fa diedero vita al Laceno d’oro.
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